Tornano dal mare, sguazzano sui sanpietrini. Giocano a sembrar negri, ma è meglio non dirglielo. Consumano una vana celebrità, affogano una consapevolezza. Camminano su tacchi alti e mostrano camicie sbottonate, ma hanno le pezze al culo: fra un drink e l’altro non riusciranno a cancellare un dato di fatto. Poveracci o figli di mamma, condividono un destino chiuso. Corrono verso il baratro, ma tengono fieramente gli occhi e le orecchie tappate. Siedono in un bar e si fingono attori, anche se non sanno fino a quando la commedia durerà. Io mi sdraio su una panca, mi difendo. Leggo vecchie pagine.
Gli zingari bruciano la plastica. E noi, piccoli borghesi della periferia, ci chiudiamo in casa. Non abbiamo il coraggio di andare a vedere che succede là fuori. I figli degli operai continuano a mangiare il gelato. Sognano di abbandonare il buco del culo della città. Cantano ebbri, ingoiando i fumi tossici. Sorridono ai vecchi che consumano sempre le stesse panchine. I meridionali di Barriera Lanzo non si turbano per nulla. Potrebbero affondare nelle immondizie, la loro unica preoccupazione è che il nero che affitta al piano di sotto non venga ad ammazzarli di notte. Mentre dormono gonfi. Colle finestre aperte.
Nell’arsa calura del pomeriggio, la città è vuota. Risalgo indolente l’isola pedonale. Ho bisogno di bere o sverrò presto. Un cinese affonda il capo in un gelato. Un italiano lo guarda sudato sotto la bici. Io raggiungo a fatica una pianta, mi fermo a guardare i bimbi che giocano colla palla. I neri discutono sotto la Chiesa. Hanno preso possesso del quartiere: condividono bibite gelate e spiedi di carne caramellata. Un uomo, una donna. Indossano lo stesso tessuto in un abito tradizionale. Festeggiano un matrimonio, e pare una cosa vera. Discutono in inglese, come solo loro. I nigeriani sanno fare.
La chiamarono Guerra Bianca, perché le trincee c’erano ma erano sulla neve. Gallerie di mina e contromina, buchi nella montagna in cui passassero almeno muli e salmerie. Sulla vetta una lapide si gonfia della retorica di Rodolfo Graziani. “Vorrei baciare uno ad uno tutti voi, valorosissimi difensori del Monte Pasubio”. Era il 1916. Alla fine della guerra, seicentocinquantamila Italiani sarebbero morti. Di freddo o di fuoco. Graziani no, lui e pochi altri sarebbero sopravvissuti per diventare gerarchi fascisti. La retorica militare si sarebbe trasformata in fatti. Campi di concentramento, in Libia. Gas tossici e bombe sulla Croce Rossa, in Etiopia.
->Morti, ma per cosa?<-
Cosa era più distante dalla Passione della Roma degli anni ‘60? Le borgate di cemento contro il legno della croce. E’ a partire da questo ossimoro che Pier Paolo Pasolini disegna il ritratto del ladrone buono. La ricotta (1963). La comparsa Stracci – morta dopo aver rubato cibo - diviene il redentore di un’umanità corrotta. Lo spettacolo va dato in pasto ai borghesi venuti per assistere ad una surreale via crucis. “Lei non ha capito niente, perché è un uomo medio. Ma lei non sa cos’è un uomo medio. E’ un mostro, un pericoloso delinquente: conformista, colonialista, razzista, schiavista, qualunquista.”
Mi vennero incontro tutti e cinque. Sedevo su un ceppo d’ulivo: la campagna si illuminava in lontanza, fino al mare. Il primo mi disse di andare a Nord, perché vivevo in un Paese ingiusto. Il secondo mi chiese di restare, per conservare un desiderio. Il terzo non mi parlò, secondo lui ero colpevole. Del quarto non direi, mi parve aggressivo e indifferente. Il quinto mi fece ingoiare una zolla di terra. Mi chiesi come avrei fatto, a portarmeli appresso. L’uno non avrebbe accettato le scelte dell’altro, se non quando avesse identificato un nemico fuori dal mio corpo. Nella distruzione dell’io.
A Santiago salimmo annusando. L’odore dello zucchero ci si infilò nelle narici risvegliandoci su un treno. Un tassista abusivo ci sedusse con un aiutante chiaccherone. Avrebbe cercato di derubarci al cambio nero. Ma per il momento non contava. Ci precipitò nella casa di un economista e di un giudice. Mi condussero a contemplare i segni delle pallottole sulla caserma Moncada. Il simbolo di una rivoluzione tradita. L’amaro in bocca di avervi preso parte invano. Scendemmo insieme sulla sabbia, uccisero illegalmente un’aragosta per farci festa. Nuotammo ascoltando: tre giovani discutevano di libertà. A noi restò soltanto un’ombra. Il senso di colpa.





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