A leggere l’inchiesta di Repubblica sulle carte segrete del caso Moro, resta l’impressione che i servizi segreti italiani del 1978 non fossero diversi da quelli del 1964. Ad affrontare il sequestro del Presidente della Democrazia Cristiana, in un contesto gravissimo, erano gli stessi. Apprendisti stregoni. Pochi anni prima confezionavano veline inconsistenti e fuorvianti per il Presidente della Repubblica Antonio Segni, alimentandone le follie controrivoluzionarie. Ho un solo modo per essere solidale con Erri De Luca: auspico che quei documenti siano resi accessibili a tutti, e in primo luogo agli storici. I giornalisti aprono una via, sia la scienza a condurli.
E’ legata con corde spesse fra due porte a vetri. Crocefissa su un balcone. Il sole le taglia le spalle. Una nuvola nuda ne lambisce il sesso. Con occhi spiritati squarcia l’orizzonte gonfiando i seni. Tossisce, si nutre dello smog che sale dalla strada. Urla grida disperate sulle auto degli impiegati che tornano alle loro televisioni. Seviziata e malnutrita, implora il carnefice di liberarla. Lui non vuole, è chiuso in un geloso silenzio. Si addormenta lungo le pieghe di una partita di calcio. Io siedo nel mio campo, osservo impotente. Siedo su un ceppo di legno. Contemplo l’ignoranza.
Narciso, narcosi. Si aggira per l’Europa una macabra convinzione: amputando il braccio greco il corpaccione stanco del continente riuscirebbe austeramente a rimettersi in salute. In realtà, è come se i singoli organi avessero deciso di darsi la morte da soli, chiudendosi volgarmente in se stessi. Barbara Spinelli lo spiega con la lucida freddezza del profeta: il fallimento sta tutto nell’incapacità della sinistra europea; non ascolta Alexis Tsipras, perché per farlo dovrebbe accettare che i partiti nazionali smobilitino. L’economia è politica, perché ignorarlo? E’ tempo che i riformisti si facciano Partito Federalista Europeo. Altrimenti, se preferiscono riportarci a Weimar, lo dicano.
Inciampo sui tasti, mentre ci penso. Lei, la sua molle rabbia. Si sono perdute sul sagrato di una chiesa, hanno finito di essere fra membra sfrante. L’orgoglio è cieco. Si nutre di una follia omicida. Corrode le labbra e il gusto. Devasta la noia colorandola di sangue. Chiede un sacrificio che ripristini il senso del vero. E’ l’orribile deriva del fare. La bestia che si libera. L’odore che ci chiama alle origini. Si avventa su ossa morte. E’ l’urlo assassino di cui tutti parleranno. Per distrarre i servi, e raccogliere i detriti della civiltà. Uno non si arrende, non servirà.
Svegliarti ascoltando @EinaudiEditore e @beppesevergnini cinguettare delle parolette che hai scritto su Twitter ha il sapore di una sbronza in una piola della collina. E’ pericoloso, perché poi smetti di pensare. Ecco, ora combatto con WordPress per aprire ai commenti il mio scarabocchio. Twitteratura? Nel frattempo, vi chiederei di scriverli in fondo a questo post. Lavorerò nottetempo ad uno Storify che raccolga i tweet più succosi. Siamo una comunità estesa, ogni nodo è ricco. Io non ho scritto nulla: ho soltanto riaperto i classici del Novecento. E mi piacerebbe raccogliere le vostre conclusioni sulle Langhe, il 9 settembre, festeggiando Cesare Pavese.
Le parole più belle si nascondono nelle mani callose di un artigiano della parola: “Io sono del non apparire, il mio fabbro chiude l’officina e resta dentro casa. Ma poi esce per andare a votare”. Credo che tutti dovrebbero cercare nell’umiltà di Marcello Fois il senso di ciò che fanno. L’idea che soltanto i lettori possano salvare il Paese dalla barbarie, e che leggere sia infinitamente più importante di scrivere. “Mia zia, dicevi tinello, e lei si illuminava. La televisione ci ha fatti poveri.” Se noi non ragioneremo su questo, accadrà. La zattera affonderà. “Smettete di fare gli scrittori, scrivete.”
C’era da ascoltarlo ieri, al Salone del Libro, Gherardo Colombo. Nella sua umiltà oratoria, nel suo far domande qua e là, al pubblico. Argomentare l’inutilità del carcere: “la Costituzione rimuove la discriminazione, la ‘giustizia’ del male imposto per giungere al bene”. Essere costretti in dodici metri quadri con gli altri: lavarsi quando vuole l’amministrazione carceraria, condividere un televisore in sei, vedere i propri cari poche ore al mese. Un forcaiolo si ribella. Lui lo ammansisce. Qualcuno lo accusa di aver liberato Bettino Craxi. E lui finalmente lo dice. Tangentopoli è finita perché l’hanno voluto gli Italiani: si identificavano coi corrotti.