Il contenuto è commodity

Il contenuto è commodity. Se la rete è aperta, gli utenti non pagano ciò che possono avere gratis. In questo senso, credo che anche i paywall avranno vita breve. Vince il paradosso. L’istinto narcisista che muove i social media finisce per imporre ai giornalisti la scrittura collaborativa. L’onda della disintermediazione non si fermerà. In ogni crisi strutturale, si comincia dal taglio dei costi per sboccare in un cambio di paradigma. Quale strategia per sopravvivere? Pubblicare in copyleft, generando e offrendo reddito da attività collaterali. E se gli editori non abbatteranno le rendite di posizione dentro le redazioni, resteranno al palo.

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  2. Paolo says:

    Ci sono due considerazioni da fare che, dal mio personale punto di vista, valgono come premessa prima di approcciarsi al mondo del giornalismo e dei social media. Comincerò dalla considerazione negativa e con un avviso: questo commento è molto lungo.

    1) Ho 26 anni e ho pubblicato le mie prime righe a 18, su una fanzine, per poi scrivere su una testata dall’età di 20 anni. In tutto questo tempo ho lavorato per crearmi una posizione nel mondo del giornalismo e farmi conoscere attraverso le mie competenze, poiché il sistema impone (giustamente) un lunghissimo periodo di gavetta condotto sotto l’egida di una o più testate giornalistiche. Il riconoscimento di questo lavoro è basato proprio sul prestigio di una testata, e sulle mansioni svolte all’interno di essa, al punto che il requisito fondamentale per iscriversi all’Ordine dei Giornalisti (con successivo accesso alla cassa di previdenza) è la collaborazione con una testata registrata.
    La disintermediazione va nel senso opposto. Essa dà centralità al sistema dell’autopubblicazione (blog) e della curation, in modo che il singolo giornalista possa atteggiarsi a giornale (con le dovute proporzioni) e farsi apprezzare non come “giornalista La Stampa” ma come “giornalista”, magari “esperto di…”. Ora, considerando la sovra-informazione che inevitabilmente si sviluppa sui social network, è sempre più difficile emergere. L’autopromozione (con tutte le conseguenti attività collaterali fatte per guadagnare di che vivere) richiede un dispendio di risorse davvero troppo alto per il giovane giornalista medio (tempo speso a lavorare senza guadagno nel breve o medio periodo), che faticherà ad uscire dalla comunità di conoscenze e relazioni che già ha creato “lavorando sul campo”. A meno di non avere altre possibilità, come ad esempio un sostegno economico pregresso in grado di permettergli di fare solo il giornalista.
    Una situazione del genere va subito a privilegiare chi ha già i mezzi per stare in piedi da solo, penalizzando pesantemente chi ha – come me – investito a lungo in un sistema che ora non vale più, perché si sta completamente stravolgendo. Ciò non toglie che non ci si possa reinventare e darsi al self-branding sperando di emergere e ottenere collaborazioni remunerative, ma alla lunga in molti abbandoneranno per cercare altri lavori, poiché stufi di lavorare dieci ore al giorno per poi non riuscire nemmeno a pagarsi le telefonate. Il cambio di sistema quando ancora non ci siamo stabilizzati getta noi nella totale incertezza. Chi è più grande è già sistemato, quindi farà meno fatica a spendere nuovo tempo per reinventarsi (potendo contare su entrate economiche già solide), chi è più giovane non ha ancora anni di lavoro alle spalle, quindi è in perfetto timing per imparare un nuovo modo di cercare lavoro, non perde nulla.
    Insomma, se alla mia età non sei sistemato e devi reinventarti sperando un giorno di ottenere una monetizzazione delle tue competenze, puoi dire addio ai tuoi sogni di convivenza in coppia entro un periodo ragionevole, tanto per fare un esempio, a meno di non cambiare lavoro.
    - Una postilla: viviamo una velocizzazione quasi esponenziale della diffusione di informazioni, ne consegue una velocizzazione della produzione di contenuti. Il paradosso è che non è avvenuta una velocizzazione della monetizzazione, che anzi, per la disintermediazione e la crisi dei giornali, ha subito un rallentamento. Il risultato è che si lavora di più e si guadagna di meno.

    Veniamo ora alla considerazione positiva (dopo tutta questa negatività…).
    2) La nostra generazione ha un’arma in più rispetto ai più giovani, che consiste nell’aver vissuto – e soprattutto nel ricordarsi – il periodo nel quale i social media non c’erano e internet non era così preponderante. Vivere appieno quest’esperienza di passaggio aiuta a interpretarla meglio e a capirne determinati processi, il che ci rende molto più competenti dal punto di vista comunicativo: è come se sapessimo comunicare sia in analogico che in digitale. Credo che i nativi digitali ignorino il mondo analogico e siano in difficoltà quando si tratta di scrivere a mano, ad esempio.
    Abbiamo quindi tutte le capacità per reinventarci e, in un’eventuale nuova rivoluzione futura, lo sapremo fare di nuovo. Sapevamo cosa fosse la disintermediazione prima di internet, nel momento in cui andavamo al bar o al negozio sotto casa per sapere cosa fosse successo nella nostra zona. Anche quello era disintermediare, solo che non conoscevamo questo termine. Tutte le nuove pratiche di comunicazione e diffusione di informazioni non sono affatto nuove, è nuovo il canale.
    Credo quindi che noi giovani giornalisti non affermati abbiamo tutte le possibilità (anzi, una in più) per passare al self-branding, alla curation e alla disintermediazione, semplicemente perché sappiamo già come si fa.
    Inoltre abbiamo ancora abbastanza forza e volontà per mettere da parte il sistema che abbiamo conosciuto (be’, tutto no, ma in gran parte sì) e impararne un altro che non è ancora definito, ma ci si sta costruendo davanti agli occhi. La grande speranza è che non diventi una fotocopia del sistema precedente, gerarchizzato e retto da un’oligarchia dell’informazione, a questo punto è auspicabile la sopravvivenza della disintermediazione. Anche se questo apre a una marea di altre considerazione che però non scrivo qui, servirebbero almeno altre 50 righe e devierei dal discorso principale.

    Ecco, spero di essermi spiegato bene e chiedo scusa per il commento-fiume.

    • Ciao @Paolo,

      intanto grazie per il lungo commento: se scrivo post corti, è proprio perché spero che la discussione si sposti qui nei commenti.

      Avrò bisogno di tempo per elaborare le tue osservazioni, e intanto partirei di qui:

      A caldo, gli stimoli producono tre riflessioni:

      1. concordo sul fatto che la rivoluzione in atto stia spiazzando in particolare chi ha investito su una professione in mutamento e si trova ora a metà del guado fra i due fronti di chi – più vecchio di lui – o è fra i pochi eletti che godono di rendite di posizione asserragliati nelle redazioni dei giornali, o rinunciò ad entrarvi a priori e ora può guardare il fenomeno dall’esterno giocando sui blog, forte di un lavoro ‘altro’ più o meno sicuro, e scrive per semplice sportmanship;

      2. la selezione naturale della specie avrebbe bisogno di numerosi correttivi di legge per fare in modo, quanto meno, che tutti avessero davvero le stesse opportunità di partenza. Le ragioni per cui ciò non avviene sono le stesse per le quali in Italia il meglio del pensiero riformista, liberale, socialista e federalista – da Piero Gobetti a Gaetano Salvemini, da Emilio Lussu ad Ernesto Rossi, passando per Altiero Spinelli – rimase schiacciato da quel “compromesso senza riforme” che dopo il fascismo soffocò il capitalismo italiano nel secondo dopoguerra e bene ha descritto Fabrizio Barca;

      3. non tutto è perduto e le alternative sono sempre due, entrambe ragionevoli: fuggire o lottare. Cambiare paese, come hanno fatto e fanno numerosi giovani italiani, trovare un lavoro sicuro nei settori della nuova economia in California o in Svezia e continuare a scrivere nella propria lingua, aspettando che si creino le condizioni per tornare. Altrimenti battersi nella miseria in cui versa l’Italia, continuare a investire sulla propria reputazione e sulle proprie competenze certi che un giorno queste produrranno nuovo reddito, a patto di riuscire a trovare qualcosa – qualunque cosa – che nel frattempo permetta di portare il pane alla bocca.

      Le uniche rivoluzioni capaci di ottenere qualcosa sono quelle che avvengono dentro se stessi: mettersi in discussione non è mai facile, ma resta indispensabile. A prescindere dai mezzi personali di cui si dispone, la scrittura può nascondersi nei vestiti e continuare a resistere, nonostante tutto. Al resto penseranno i creative commons: più che guardare i dinosauri estinguersi, è meglio studiare nuove strategie per sopravvivere ai loro colpi di coda. Me lo chiedo tutti i giorni, trovare maestri è difficile e forse nulla insegna qualcosa più della vita stessa.

      • Paolo says:

        Personalmente sto mettendo in discussione in maniera abbastanza pesante il mio lavoro, il che non significa non farlo con passione e impegno, ma chiedersi se lo stia facendo nella maniera giusta e quali possibilità esistano ancora per me.

        Il mestiere sta cambiando ma non sappiamo ancora come, e non lo sanno nemmeno i giornali. Penso che ci sarà una grande rivoluzione, fuori e dentro di noi, che spazzerà via il concetto di informazione – e giornalismo – come l’abbiamo conosciuto finora e aprirà a concetti e pratiche totalmente nuove. Sul campo rimarranno quelli che non riusciranno a rinnovarsi o non ne avranno le possibilità, penso. Ma non sono assolutamente in grado di formulare la benché minima ipotesi su un possibile scenario futuro.

        Io ho scelto di lottare e star qui, anche perché questo è il mio paese e non vedo perchè dovrei darla vinta “a qualcuno” andandomene. Non è nemmeno giusto che mi si obblighi a fare altro per vivere e scrivere come “hobby”, ma a questo punto mi sovviene un ulteriore dubbio. Se il giornalismo diventa un mestiere gratuito, come pretendere professionalità da chi lo fa? Come distinguere chi è giornalista da chi non lo è? E non ditemi che l’iscrizione all’Ordine farà la differenza perché anche chi ci lavora dentro sa che è una balla.

        In una domanda: cosa ne sarà dell’informazione? Lasciarla completamente libera e senza alcuna remunerazione significa appaltarla al potente (o semplicemente ricco) di turno. Questa prospettiva mi spaventa, perché io posso sopravvivere anche vendendo pizzette – per quanto smettere di scrivere, nella peggiore delle ipotesi, è una prospettiva che mi dilania -, ma l’informazione no.

        Forse, se riuscissimo a trovare il modo di far sopravvivere l’informazione di qualità, otterremmo anche la formula per reinventarci e continuare a svolgere questo meraviglioso mestiere senza maledire la busta paga.

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