Archive for the ‘Le Città Visibili’ Category

Fu occluso odore di fogna

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Podmaniczky Frigyes ter. Era l’inizio di un viaggio cominciato su un sudicio banco di scuola. L’avevo abbandonato da vecchio, in un secco pomeriggio di primavera. Avevo deciso di non consumarlo da solo. Era bastato riempire le sdrucite cuciture di uno zaino perché Gaspare mi seguisse. Fu la ricerca di una radice lessicale, il fiato disperso di un oblio liberty. Ebbe il rumore di auto che rotolavano fra polverosi cantoni, consumando nascosti acciottolati: un occluso odore di fogna. Respirò su alberi e dehors montati lungo i tetti. I ferri arrugginiti non puzzavano di piscio padano. Racchiudevano il sangue sporco di Budapest.


E facemmo

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L’autobus s’inerpicava sulle colline, marrone di terra. Era un caldo sudore d’estate. Laura mi guardò, esangue e afflitta. Quel reticolo di boschi pareva eterno. Il sonno non lo conoscevo, mi svegliò in un mite villaggio. Scendemmo a stento, senza sapere se avessimo tempo. Lo cercammo, era un circolo di partito. L’uomo non esitò, aprì casa sua. Poi se ne andò e ci lasciò soli. Lei su un piano, io in quello di sotto. E facemmo. Ci tornammo, gli restituimmo le chiavi incapaci di dire. Un rito s’era consumato, forse bastava sapere questo. Me l’insegnò un turco, che l’ospitalità è sacra.

Davanti, la strada.

->Davanti, la strada


#LaStrada

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Un mattino ti svegli e decidi di documentare un breve viaggio. Da Torino a Santo Stefano Belbo. Cesare Pavese lo faceva fumando. Chiedi a chi ti segue di suggerirti un hashtag. @AsinoMorto sceglie. #LaStrada. L’autobus tarda, la metro ingoia. Il treno manca e fai il barbone in libreria con Fernanda Pivano. Lungo la ferrovia la pianura si spacca, torna collina e mammella. Ci si attaccano contadini e immigrati, ucraine e polentoni. Ad Asti osservi la neve in un deserto. La quiete dei filari, un monumento ai caduti. @antonioprenna te lo racconta. La terra ci parla: ma noi, come la interpretiamo?

Ecco un regalo di @beppepiras / @PaveseCesare

->Un regalo di Beppe Piras<-


Cuba, 1997

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Mi addormento sul treno e la mente sprofonda in un solco. Cuba, 1997. Il locomotore si ferma in un villaggio buio. I pali della luce pencolano spenti su una ridda di case spoglie. Bartolomeo ed io scendiamo da una carrozza cercando la fine di una banchina. Persi fra polli e maiali ci chiediamo se siamo arrivati a Sancti Spiritus. Un guasto ci ha trattenuti per ore a Nord di Santa Clara. Abbiamo ventun’anni, e al capotreno dobbiamo sembrare due barche nel bosco. Un conato di incerta disperazione ci ributta sul convoglio. E’ la fine del periodo especial. L’inizio della nostra maturità.

->Cuba, 1997 (giannicolamaria, 2006)<-


I figli dimenticano

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Pare che dalla necropoli di San Cerbone l’Italia fascista estrasse non meno di tre milioni di tonnellate di scorie di ferro. La follia autarchica di Benito Mussolini non poteva fare a meno dei rottami, per produrre una materia prima di cui il Paese in natura non disponeva più. Gli archeologi combatterono una doppia battaglia: contro la violenza del cantiere e contro la rapacità dei tombaroli. I tumuli furono distrutti, sfondati dalla furia dele ruspe. La pigra solerzia di un latifondista, tuttavia, risparmiò il golfo di Baratti e la rocca di Populonia dalla speculazione edilizia. Oggi uccidono Rimignano. I figli dimenticano.

#Etruschi - Populonia, tomba delle pissidi cilindriche

->Baratti – Tomba delle Pissidi Cilindriche<-


Le casa del popolo

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In provincia è rimasto un ponte. Abbattuto dai tedeschi, e ricostruito. Si appoggia su una balconata di sedie allungate sopra il fiume. La casa del popolo. Un tricolore strappato dal vento. Una stella rossa immersa nel passato. Il paese vuoto, il vento che lo spazza. Le parole di un sindaco affisse in piazza. I soldi sono finiti. L’Italia dovremmo ritrovarla qui, sui muri scalcinati delle valli interne, dietro il litorale. Nei luoghi in cui il turismo passa, ma non si ferma. Nelle fatiche degli uomini che un tempo conciavano le pelli. E ora sopravvivono, fra le montagne e i boschi.

#Calci - Casa del Popolo

->Calci – Casa del Popolo<-


Sono erba di cimitero

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Esteban cambiava le ruote. Là, sotto il Teatro Nazionale, qualcuno gliele aveva tagliate. Aveva occhi di padre. Erano lunghi libri di storia, ciò che pensava di nascosto. Correva di giorno sul Malecón, una piccola vettura cecoslovacca. Ridotto subito, alla vita di oggi. Autista di giorno, scrittore di notte. Diceva che il destino dei curiosi è di non dormire. No falta, è Dio che ti vuole vivo. Per questo forse non legava i pacchi sul tetto, li lasciava volare. Si accendeva una sigaretta – tabacco popolare – e poi inseguiva una donna. I significati ancora li cerco. Sono erba di cimitero.