Archive for the ‘Rotte Ciminiere’ Category

Perché siamo inutili

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Sono belli i venditori di rose. Rimangono la forma più estranea di civiltà nel mosaico urbano di Torino. Non sono integrati per nulla, semplicemente non esistono. Non guidano, vanno in bici. Si muovono di notte, ignoti di giorno. Indossano stracci, non guardano la televisione. Vivono in schiavitù. Bisognerebbe arrestare e far piangere i loro aguzzini. Eppure, congelati in una sacca primordiale, questi giovani venuti dallo Sri Lanka e dal Pakistan stanno lì a dimostrare qualcosa. Che noi tutti, figli di mamma, viviamo centrifugati in una falsa noia borghese della quale non riusciamo a pentirci. Odoriamo di progresso. Perché siamo inutili.


Un vecchio ascolta, muto

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Un uomo s’arrampica sull’autobus. L’ha agguantato per un soffio. Sbuffa, scalcia. E’ salito ma non vuol che parta. L’autista ignora e muove, vuole correre. L’uomo non s’accontenta, vuol far salire altre lingue sdraiate. Apre la porta a forza, mentre il carro corre. Già qualcuno grida di spavento: fermo autista, ma lui non  sente. Ristà nella sua opaca blindatura. Le lancette corrono. L’uomo s’arrabbia, sgamba e s’avvinghia. Poi s’arrende, di strada se ne è già fatta. Percorre la carrozza, raggiunge l’autista e lo offende: culo, cazzo, sono mille parolacce. L’autista di rimando: ubriaco, marocchino. Un vecchio ascolta, muto.  Pare Raymond Queneau.


Va’ via, Italia

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Va’ via, Italia. Lasciami a me stesso. Sali di notte su una nave sporca. La troverai giù al porto, dove nessuno più si volta indietro. Io non ti biasimo: tutti ti amano, ma nessuno ti è fedele. Io non posso scegliere. Ha deciso tutto la penna. Il mio amore perfetto è il contrappasso dell’impossibilità di viverlo. Si nutre di una immensità non corrisposta. Sono io che non ti lascio, resto qui mentre tu parti. Aspetterò che in punto di morte tu torni a curare i miei occhi ciechi. Allora ti racconterò, di ciò che poteva essere. E non è stato.


Ricostruire l’essenza

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Quando tutto crolla, io torno nel tempio. Mi siedo assorto e riscopro la realtà. Bisogna rimuovere le propaggini, amputare i vani esercizi. Ricostruire l’essenza. Chiudo gli occhi, e imparo dai bimbi. Mi impongo di dimenticare immediatamente ciò che non merita vera attenzione. Focalizzo le emozioni sugli elementi certi. Mi impegno per non esaurire la mia vita a ciò che è materiale. A una sola cosa. Sofferenze e piaceri alla fine non contano. Tutto serve per apprendere. Il sudore cola, lava le angosce ridicole in cui ci dimeniamo. La nostra faccia è in gioco, le parole possono mancare. Il pensiero resta.


Al resto pensa la retorica

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La tirannide non nasce nelle stanze della politica. E’ nei nostri comportamenti acquiescienti. Cresce tutte le volte in cui diciamo sì senza essere d’accordo, rinunciando a sanzionare comportamenti che non condividiamo moralmente. Di questa debolezza, gli Italiani sono professionisti. A tutto troverebbero una scusa, soprattutto se si tratta di difendere un fuorilegge. L’arrendevolezza con cui gratificano i potenti affonda in secoli di dominazione straniera: da quando sono liberi non hanno fatto altro che cercare un dittatore. Al resto pensa la retorica. Gli Italiani brava gente, la grandezza di Roma e il cuore di mamma. Poco importa, se la Patria muore.


Eravamo cinque

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Gli studenti sfilavano fra nasi rossi e arnesi di cartone. Il sole abbagliava una foglia d’insalata. Un marocchino ci lusingava invano. Eravamo cinque. ognuno chiuso in un cammino spezzato. Berto sarebbe rimasto senza lavoro. Era sempre parso il più sicuro, ma nascondeva una mite debolezza. Ora rifiutava l’inevitabile. Diceva che non avrebbe cercato. Mentiva, provava vergogna. La sua era la rabbia di mille. Lo guardammo consapevoli dell’abisso. Eravamo una generazione buttata via. Pensandoci ritornammo esausti al nostro stallo. Gli occhi si posarono su inconsapevoli parassiti. Valevano meno della metà e guadagnavano più del triplo. Godevano, finché la vacca aveva latte.

Viva i lavoratori (del mare). #primomaggio

Viva i lavoratori (del mare)


Un’intenzione sbiadita

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Non smette di gridare dentro un telefono. Usa le cuffie come una membrana che la separa dal mondo. Tiene il capo chino sullo schermo. Agita le dita sui tasti mentre parla. Ai genitori elemosina un passaggio; ad un’amica, la spesa. Pare che tutto il suo essere si sia ridotto in quattro pollici di schermo. Tiene le gambe accavallate per raccogliersi dentro una borsa. Il treno sbuffa, lei lo ignora. Nasconde il passato in una borsetta. Strepita fra coste di velluto nero. Sulla smorfia che la taglia il viso riluce una perla. Un’intenzione sbiadita. La donna che non ha saputo diventare.