La periferia Nord di Torino non esiste. Oltrepassato il confine di Corso Regina Margherita appare un universo del quale i dirigenti del Partito Democratico – a quanto sembra – non vogliono sentire parlare. Bisognerebbe accompagnarli a piedi lungo le Basse di Stura, fra centri scommesse, compro oro e massaggi cinesi. Nella morte civile di Vallette e Falchera. Dentro i vuoti lasciati dalle fabbriche, ricolmi di droga e cemento sfitto. Dagli immigrati ridotti nelle topaie e ricattati da vecchi che prima votavano Lega Nord e ora votano Grillo. Ma loro preferiscono guardarsi il bellico a San Salvario. Colla povertà ci giocano.
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Torino ha un’eccellenza. Il suo nome è SAM, lo Street Art Museum che Carmelo Cambareri e i ragazzi di Border Land hanno concepito nel vecchio zoo del Parco Michelotti. Sessanta artisti coinvolti in Italia e all’estero, un libro autoprodotto e decine di edifici fatiscenti resuscitati dalle ombre di un parco che pareva morto. Accade in una città che non sa come innovare, senza investimenti privati e con l’entusiasmo dei giovani del Sud che al Nord studiano e si guadagnano il pane. Ora SAM ricorre al crowdfunding. Cerca un futuro. E’ bene che Torino lo sappia, prima che perda un’altra opportunità.
E’ significativo che le difficoltà che il Partito Democratico incontrerà nel formare un governo coincidano con la sua assenza alla manifestazione No Tav di ieri. In Val di Susa, più che in altri luoghi, il partito che aspirava ad incarnare il progresso si è dileguato molti anni fa. Di fronte agli argomenti documentati di chi si opponeva ad un’opera di dubbia utilità, i democratici decisero di chiudersi muti nel proprio palazzo. Non c’è da meravigliarsi se oggi mezza valle abbia finito per preferirgli la demagogia urlante di Beppe Grillo. I politici tornino in valle, e ascoltino i cittadini. Prima della caduta.
->Moloch<-
In una città con decine di migliaia di case sfitte, l’urgenza sociale non è impedire gli sfratti. E’ necessario esercitare pressione sui decisori politici perché pratichino il riscatto di singoli appartamenti da dedicare all’edilizia popolare e penalizzino il mancato affitto delle unità abitative. Gli effetti positivi si farebbero sentire anche sul piano della lotta all’evasione fiscale. Ogni attacco ai giudici chiamati ad applicare la legge non è perciò solo fuori luogo, ma anche controproducente alla causa dei senza casa. Il distacco è netto. La storia di Torino è colma di magistrati feriti per aver compiuto il proprio dovere. Non abbandoniamoli.
Alla vigilia dell’autunno caldo, nella primavera del 1969, Eugenio Scalfari venne a Torino per documentarne il tumultuoso sviluppo. La FIAT avrebbe assunto in un anno quindicimila nuovi operai. A differenza di ciò che potremmo pensare oggi, la città non gioiva. Rischiava di scoppiare. Gianni Agnelli cercava di minimizzare, appigliandosi ad un anglismo: turn over. Diego Novelli, capogruppo del PCI in Consiglio Comunale, denunciava la penuria di case, lo sradicamento dei nuclei familiari e il degrado dei ghetti di Mirafiori, Vallette e Falchera. Sono parole che vanno rilette oggi: in una città fantasma, che di notte urla deserta. Sull’orlo della disperazione.
Torino pensa. Si chiede se l’uomo fermato dalla polizia è l’attentatore di Alberto Musy. Alla lettura delle notizie di stampa, l’immagine del consigliere dell’UDC si delinea con chiarezza come quella di un cittadino che rifiutò di concedere spazio al compromesso con un interlocutore equivoco. Dall’altro lato, e ferma restando la presunzione d’innocenza, il profilo dell’indagato suscita l’incubo di un’area grigia in cui – come già emerso con l’inchiesta Minotauro – la malavita indossa il colletto bianco e si insinua pericolosamente nelle istituzioni. Ed è lì che dobbiamo interrogarci. Il cancro si annida nell’indifferenza: se non riflette la città è finita.
Cosa ricorda la città? Da Torino furono deportati 246 ebrei. Uscivano dalle Carceri Nuove alle prime ore del mattino, e attraversavano il deserto di Corso Vittorio Emanuele II. Li caricavano sui carri bestiame insieme ai prigionieri politici. Cinquanta o settanta per volta. Loro consumavano gli occhi nel bruciore: cercavano di scorgere qualcosa, un’ultima immagine di casa. Attraverso le pareti del vagone. Oggi li ricorda una lapide: “Partirono da questa stazione / i deportati politici per i campi di sterminio nazisti / A chi rimaneva lasciarono la consegna / di continuare la lotta contro il nazifascismo / per l’indipendenza e la libertà”. Tornarono in 21.







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