Non cambia la Storia. Ma la Palestina centonovantaquattresimo stato ONU è motivo di speranza. La speranza che nei meandri intricati della diplomazia occidentale ciò che è ovvio per «noi» sia un diritto anche «loro». Libertà, autodeterminazione. In qualsiasi zona del mondo puntare il dito sulla mappa e poter dire: «qui è casa mia». Centotrentotto voti a favore e un lungo applauso, e nove contrari. Roma dice sì, purché non finisca davanti a un tribunale. Allungherebbe le trattative. Non è la Storia, è una carta. Uno stato a due dimensioni. Perché non sia d’intralcio alla pace.
Cosa sapevamo della Tunisia prima che Mohamed Bouazizi si immolasse, della Libia di Gheddafi, della Siria prima della protesta? Cosa sappiamo del nostro Paese? Che in Italia le tende arrivano solo a terremoto finito. Quando Francesca Caferri (Il paradiso ai piedi delle donne, Mondadori 2012) ha chiesto ad Asma Mahfouz – la ragazza che ha portato l’Egitto in piazza – quale fosse il suo sogno, lei ha risposto: «risolvere la questione palestinese». Chiedete a un italiano cosa pensa della fame dei greci. Risponderà qualcosa come «spero non capiti a me». L’egoismo ci rende passivi. Fin dentro noi stessi.
Mentre l’acqua si ritira dal vallo di Adriano di Ground Zero, l’impero americano si interroga sul suo declino. Oggi Manhattan è oggi una città divisa in due, fra luce e ombra. Come spesso accade, il futuro dell’America è sospeso su una corrente emotiva, che vibra oltre l’oceano. Un presidente nero si gioca la rielezione nei panni del comandante in capo, dopo un primo mandato troppo condizionato dall’incertezza. Il suo sfidante, archetipo dell’omologazione liberista, incarnazione della rapacità dei consulenti d’impresa, cerca di nascondere i panni sporchi sollevando pacchi di viveri sotto le telecamere. L’Europa osserva colma di disincanto. L’Italia spera, impotente.
L’attacco di Barack Obama a JP Morgan sembra una risposta fuori tempo massimo. La lezione di Roosevelt. Salvare le banche, punire i banchieri. Più che per l’insufficienza della politica estera, la sua presidenza resterà un’occasione mancata per questa ragione. E’ la frattura sulla quale si sono alimentate le delusioni della sinistra americana, e dalla quale è nata Occupy Wall Street. Se il Presidente degli Stati Uniti d’America si fosse mosso in anticipo, invece, oggi avremmo una democrazia più forte anche in Europa. Ma i conti con chi finanziò la sua campagna elettorale lo intrappolarono. Ora bisogna sperare nel secondo tempo.
Avranno un bel daffare, al Ministero delle Comunicazioni iraniano, per tappare le maglie di Internet: rinunciare a Google e a Gmail è folle quanto privarsi del motore a scoppio ai primi del Novecento. Eppure, il ragionamento sottostante va compreso. Israele e gli USA si appresterebbero ad attaccare l’Iran, mentre i cinesi sono pronti a farsi fornitori di soluzioni alternative: se l’Intranet nazionale iraniana verrebbe realizzata da Huawei, perché Baidu non potrebbe sostituire Google? I router si possono controllare come i cambi delle valute. La speranza è che nessuno attacchi militarmente l’Iran, e che i giovani ci riescano. Se lo riprendano.
Ammettiamo pure che Julian Assange, secondo l’ordinamento giuridico svedese, possa essere stato attore di molestie sessuali nei confronti di due donne. Tuttavia, io non posso non trovare stucchevole l’atteggiamento di alcuni editorialisti italiani, che cancellando il vero oggetto del contendere – la libertà di espressione dei cittadini nei confronti dei governi e degli eserciti – finisce per identificarlo con l’immagine di uno stupratore seriale che vuole sottrarsi alla giustizia. Ora, siamo davvero sicuri che nella civilissima Svezia nessun solerte agente dei servizi segreti si presterebbe ad una comune ed innocua procedura di extraordinary rendition? Quale violenza pesa di più?
Il 25 novembre 1956, mentre lo yacht Granma salpava alla volta di Cuba con a bordo Ernesto Guevara, Imre Nagy era prigioniero nelle carceri rumene di Nicolae Ceausescu. Per le strade di Pest bruciavano ancora le facciate delle case, sventrate dai carri armati sovietici. Gli Ungheresi, che erano scesi in piazza in nome del socialismo, subivano l’onta dell’invasione straniera. I Cubani, che erano pronti a ribellarsi in nome della libertà, avrebbero sconfitto le multinazionali americane per finire nelle braccia di Mosca. Oggi l’Ungheria soffoca in una dittatura di destra, mentre Cuba è la parodia di se stessa. Socialismo, parola doppia.