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Ci nuoteremo dentro

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Un’auto si perde in un soffio di neve. Il cielo si spacca di sangue, è un labbro incollato ad una lastra di ghiaccio. Camminiamo in quattro all’imbrunire. Siamo rimasti qui, guardiani scossi di un futuro che non c’è più. Ognuno ha trovato il simbolo della propria sconfitta. Una barba imbiancata, un tozzo di pane bagnato. La rabbia sedata soltanto a metà. E le dita strascicate su lettere consumate. Reggiamo un otre di immondizie. Vorremmo liberarlo e affogarci nottetempo: continueremo invece a mettercelo sulle spalle; penseremo soltanto al volto deluso dei padri. Ci nuoteremo dentro. Non verrà nessun eroe a salvarci.


Volutamente lo ignori

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Se fossi cieco, li vedresti anche tu. I confini fra la città e il suo doppio. I tubi che spuntano dalle pietre, le barbe scure che scrutano nelle mie tasche. I vetri rotti e le foglie raccolte sulle lamiere. I sassi dispersi di macchie insalubri. Cammineresti sul fiume, ma non oseresti discenderne le rive. Sorrideresti, col pretesto di dimostrare che non hai paura. Conteresti le lacrime del tuo isolamento fra un compro oro ed un centro massaggi cinese. Vagheresti per riconoscere il colore della tua pelle. E giungeresti esausto a comprenderlo: che tutto ciò che dovresti capire. Volutamente lo ignori.


Che mi riscopro

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Nella piazza abbrunita ci si cammina a piedi nudi. I vetri non tagliano le dita, la spazzano gli idranti. Ci corrono macchine a fari spenti, si abbattono sui cartelli stradali. Nel buio a bucare il silenzio pensano gli occhi dei cinesi: ansimano sotto l’antica galleria commerciale, si lordano le mani di pesce fra una bestemmia e un caffé. Io mi ci butto per alzare lo sguardo sulla città. Da lì si vedono baluginare in salita i tetti arrossati dei quartieri del centro. Dall’altro lato no, è come guardare una nave che affonda. Ed è in quei momenti. Che mi riscopro.


Ecco, siamo questo

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La penna stilografica è lì, immobile e magnifica. Non ha mai scritto una lettera dell’alfabeto. Del suo pennino d’oro mi ero dimenticato. Segna un percorso interrotto, la laurea conquistata studiando di notte. I sogni di una generazione precedente alla mia, ciò che i vecchi contadini a cui devo il sangue non avrebbero mai potuto immaginare. Ecco, siamo questo. Abbiamo risalito per secoli un crinale irraggiungibile, ci siamo arrampicati sulla montagna a mani nude: senza immaginare che nascondeva alle sue spalle un inevitabile precipizio. Non c’è tempo per godersi il sole. Ora impareremo quanto sia amaro provare a scenderne senza precipitare.


Si corrode all’alba

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Il ventre si gonfia di rabbia, non sa decidersi fra una direzione e l’altra. Si corrode all’alba. Rivomita cicche lungo i marciapiedi. E’ un ponte interrotto, un’insegna spezzata sopra i treni. Soffoca fra cappotti imbrattati. Risale umido le rotaie. Si scontra con uno scaricatore dal passo svelto. Non trova pace, se non sotto una volta di pietra. Si siede, aspetta che gli anni passino. Invecchia appassito violando i dogmi che declamava in passato. Si dissocia da se stesso. Combatte un conflitto irrisolto con la memoria. Ha bisogno di un disco rotto, per riapire lo spazio rubato. E ritrovare se stesso.


Sono un ossessivo

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Sono un ossessivo. Aggiusto oggetti, li riallineo e li tocco senza posa. Torno indietro, chiudo il gas e controllo l’acqua. Lo zerbino è diritto, il portaombrelli è perfettamente in asse con il buco delle scale. Le auto parcheggiate in divieto di sosta mi generano insofferenza, i cesti del supermercato vanno rimessi a posto. Non raccolgo le cicche, ma vorrei farlo. In bici insulto chi infrange il codice della strada. Perché sono un reazionario. Correggo virgole e punti, lavo i piatti e stiro. Devo avere tutto sotto controllo. Se non è così soffro. Ma è per questo, che sono sempre solo.


Una corda spezzata

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La lama taglia, e non dice. Ho ferito, e non volevo. Il cielo si rabbuia, le parole fuggono. Resta un vuoto silenzio. La contemplazione dei passi sbagliati. Volevo liberare, ho ucciso. Volevo essere, sono stato. Un cappello si muove sul muro, mi spingerà su un treno. Ma ciò che l’alba consuma il giorno non restituisce. Qualcuno vomita su me troppo distante. Bisogna fermarlo, il tempo. Alzarsi dal letto e spingersi nel buio. Rincorrere quella traccia dispersa, che ancora chiama. Vivere è consumare un fiotto di sangue: i significati non contano. Fanno smarrire i segni, io sono. Una corda spezzata.