Posts Tagged ‘Madonna di Campagna’

Sotto sequestro

3 Comments »

Negli anni ‘80, i quartieri di periferia  erano colmi di botteghe. La lattaia, una pizzeria, la panettiera. Attorno all’asilo si affollavano fruttivendoli e calzolai. Gli operai, rincasando la sera dalla fabbrica, parcheggiavano l’auto davanti ai giardini pubblici e percorrevano una città vivibile. Il mio quartiere oggi è diverso. Se ci cammino, non fanno che saltarmi agli occhi i compro oro. Sotto casa ho un centro scommesse. Sotto sequestro. Al centro massaggi cinese potrei andarci a piedi. I bar sono così colmi di macchinette mangiasoldi che ormai potrebbero smettere di dar da bere. Lo attraverso in bici, non mi ci fermo.


E io soffoco

2 Comments »

Il caldo torna. E’ un grido che sgorga alla fermata dell’autobus. Una decina di mocciosi prende a calci un muro. Li spavento, mi oppongo. Ma non riesco a biasimarli. Crescono nella desolazione, si abbracciano spaccando ciò che vedono. Le loro madri restano in piedi, aspettano che l’ignoranza si spenga prima di sedere. Sono figli di muratori marocchini ed eletricisti rumeni. A primavera giocano in mezzo alle macerie. Mi chiedo se riusciremo a dargli qualcosa. Non dico una coscienza civile: un timido segno di speranza. I cimiteri si riempiranno di errori, prima che qualcosa cambi. E io soffoco. Resto senza voce.


Poi smisero

No Comments »

Ci tornai che Arturo era morto. I cani latravano nel campo, sul grano tagliato. Le zanzare succhiavano sangue, il fiume correva impazzito. I due vecchi si difendevano in silenzio. Leggevano libri, sperando che nessuno si ricordasse di loro. Lei teneva la luce spenta, lui lucidava il fucile. A vincere non sarebbe bastato, ma se quelli fossero tornati uno o due li avrebbe impallinati. Sì, era andata così. Del resto, non si poteva pensare che una massa di ignoranti accettasse in eterno il rincaro della benzina. Un capro espiatorio avrebbero dovuto trovarlo, prima o poi. Avevano cominciato ridendo. Poi smisero.


Io resto a Torino

No Comments »

Gli occhi si stringono. Puzzano come carcasse di animali morti. Diventeranno merende per i figli del popolo. Sradicano frammenti di asfalto da un letto umido. Sono lampioni stinti di pioggia rugginosa. Corrono fra file di montagne blu. Non so chi abbia rubato la luna. Io ho soltanto voglia di dormire. E mi agito spento, fra le molli agonie di uno pneumatico. Cerchiamo tutti una ragione per rimanere. Non vi sono motivi, se non la strenua volontà di tenere abbracciati i pezzi racconci di cui abbiamo coscienza. Ecco, hanno appena licenziato un amico, prigioniero di certezze ataviche. Io resto a Torino.


Chissà che ne è stato

4 Comments »

Giocavamo al pallone in mezzo alle immondizie. L’aria sapeva di torbido, e quando la respiravi di corsa erano boccate di fumo. Il mister aveva i baffi, lo sguardo da poliziotto e la bestemmia facile. Chi non aveva i piedi buoni, ci metteva la grinta. La maglia era blu e bianca, non ci soffrivo ma la sentivo mia. Oggi il campo è un prato spelacchiato fra vite che cascano a pezzi. Chissà che ne è stato. Le righe sbiadite forse tracciavano già il segno di molti naufragi. Ora le ombre si accalcano lì sopra. Lo leccano la notte. E’ roba finita.


E pago dazio

No Comments »

La città non ha il coraggio di svegliarsi. Uno squarcio di luce asciuga il ventre delle nuvole. Le fermate sono vuote, a combattere sono rimasti i furgoni della spazzatura. Io ammutolisco di fronte a un cartello. Un vecchio si trascina in mezzo alla strada imprecando. I bimbi giocano immobili sotto il vento. Mi destreggio a fatica, i piedi persi nell’asfalto. I sassi non baciano le ruote, e le gambe scivolano. Uno spilungone mi si para davanti. Chiede di essere sepolto. Io lo guardo interdetto. Gli dico che è brutto morire indossando un cappotto. Meglio che aspetti l’estate. E pago dazio.


Il palo trema

No Comments »

Gli operai smontano il ponteggio. Affastellano voci in un dialogo sconosciuto. Sovrappongono verbi africani e attributi balcanici. Uno corre nel vuoto con una carriola, un altro passeggia sorbendo una punta di sigaretta. Il palo trema. E’ il simbolo dell’angoscia del sonno. Le mani che non si muovono, una porta che si apre minacciosa. L’incapacità di svegliarsi. L’aria si gonfia oltre il balcone. Uno schizzo di vernice blu cade sulla strada. I fogli mi escono dalle tasche. Le ore si consumano sulla sedia. Io resto immobile a osservare il parco. Il respiro dei fiori bianchi. E la gola che si secca.