Un uomo s’arrampica sull’autobus. L’ha agguantato per un soffio. Sbuffa, scalcia. E’ salito ma non vuol che parta. L’autista ignora e muove, vuole correre. L’uomo non s’accontenta, vuol far salire altre lingue sdraiate. Apre la porta a forza, mentre il carro corre. Già qualcuno grida di spavento: fermo autista, ma lui non sente. Ristà nella sua opaca blindatura. Le lancette corrono. L’uomo s’arrabbia, sgamba e s’avvinghia. Poi s’arrende, di strada se ne è già fatta. Percorre la carrozza, raggiunge l’autista e lo offende: culo, cazzo, sono mille parolacce. L’autista di rimando: ubriaco, marocchino. Un vecchio ascolta, muto. Pare Raymond Queneau.
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Quando tutto crolla, io torno nel tempio. Mi siedo assorto e riscopro la realtà. Bisogna rimuovere le propaggini, amputare i vani esercizi. Ricostruire l’essenza. Chiudo gli occhi, e imparo dai bimbi. Mi impongo di dimenticare immediatamente ciò che non merita vera attenzione. Focalizzo le emozioni sugli elementi certi. Mi impegno per non esaurire la mia vita a ciò che è materiale. A una sola cosa. Sofferenze e piaceri alla fine non contano. Tutto serve per apprendere. Il sudore cola, lava le angosce ridicole in cui ci dimeniamo. La nostra faccia è in gioco, le parole possono mancare. Il pensiero resta.
Sotto la neve si posa un mondo nuovo. Scorre di vento, e io mi rifiuto di domare la musica. Le pagine si scrivono, cadono oblique. Vibrano senza luce. Mi addormentano a dispetto della primavera. Sono il colorito pallido di un dito, mi grattano le corde del corpo. Uno sguardo bucato, la rabbia nera di un vestito sdrucito. Il legno che si gonfia d’acqua e non cede. Un pezzo di carta dimenticato sotto la polvere di un libro. La manifesta incapacità di rialzarsi prima che il sole cada. E tutto il tempo che ho consumato. La voce che non ho più.
Un acido greve mi divide il petto. Rigurgito, ma non lo consumo. E’ un fiore che non mi abbraccia. Precipita da un’impalcatura rugginosa di noia. L’inconsistenza convulsa di tre mele sul tavolo. Un libro disfatto e chiuso. I colori non si abbinano: è uno scontro di bile corrosa. Non resta che la musica, da sorbire distesi. Un motto leggero che si apre fra pagine consunte. L’incapacità di guardarsi dentro. Una superbia che parte a cavallo, ma torna a piedi. Si gonfia di aria guasta. Un elastico sorregge la finestra, prima o dopo qualcuno lo spezzerà. E a tutti diremo ciao.
Un accesso d’ira libera l’anima. Scuote corde nascoste, è sabbia e vento. Respinge in un soffio l’attesa irrequieta di sempre. Un dardo dell’indignazione. Consola con la leggerezza, con la consapevolezza che non abbia alternativa. Poco importa dei cocci che resteranno a terra. Li abbiamo sempre raccolti. Valgono per tutte le volte in cui abbiamo subito, ci siamo inginocchiati sull’ignoranza. Ad una superba supponenza. Ci regala un dolce isolamento, la vicinanza impossibile con chi un tempo già litigammo. Il bisogno di ristabilire un rapporto a partire da basi nuove. O cessarlo del tutto. E finché la fiamma brucia, non giova spegnerla.
La sabbia rovinava dall’alto. L’antica miniera sembrava mare, grotta arsa dai venti. I piedi scivolavano colmi di dubbi, lordi di pirite. Le stanze si accumulavano su un ciglio ombreggiato. Il clamore dei saggi cicaleggiava su poltrone di pietra. Di tanto in tanto, un corpo calava dall’alto: si immergeva esausto in una pozza ribollente d’oro. Dalla cima dell’erta io non sentivo il vento, trascinavo sulle spalle un molle asse di legno. Non so perché davvero non caddi: la paura paralizzava ogni gesto. Parlare pareva impossibile. Probabilmente restai semplicemente seduto a contemplare una vuota architettura. Una riviera liberty, su uno strapiombo mediterraneo.
Le tracce del neorealismo vanno cercate nei Balcani. La povertà sospesa di una nazione dissolta. Il sangue prepotente dei padroni di casa. Gli scarponi chiodati di gomma e metallo. Gli attori immobili di una guerra civile non dichiarata. Il denaro passato di mano, inconsapevolemente. Cataste di libri richiamano i doveri traditi. Il tempo perduto senza conoscere: il triste elenco dei morti, i volti e le voci dei generali. La spietatezza del campo, la crudeltà stessa dei bambini. Un immenso nugolo di macerie sotto il quale ci chiedevano di recitare. Il nostro oblio. Delle cose non dette la più difficile. Uccidersi.
->Presagio di un Paese in fiamme<-





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