La tirannide non nasce nelle stanze della politica. E’ nei nostri comportamenti acquiescienti. Cresce tutte le volte in cui diciamo sì senza essere d’accordo, rinunciando a sanzionare comportamenti che non condividiamo moralmente. Di questa debolezza, gli Italiani sono professionisti. A tutto troverebbero una scusa, soprattutto se si tratta di difendere un fuorilegge. L’arrendevolezza con cui gratificano i potenti affonda in secoli di dominazione straniera: da quando sono liberi non hanno fatto altro che cercare un dittatore. Al resto pensa la retorica. Gli Italiani brava gente, la grandezza di Roma e il cuore di mamma. Poco importa, se la Patria muore.
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Gli studenti sfilavano fra nasi rossi e arnesi di cartone. Il sole abbagliava una foglia d’insalata. Un marocchino ci lusingava invano. Eravamo cinque. ognuno chiuso in un cammino spezzato. Berto sarebbe rimasto senza lavoro. Era sempre parso il più sicuro, ma nascondeva una mite debolezza. Ora rifiutava l’inevitabile. Diceva che non avrebbe cercato. Mentiva, provava vergogna. La sua era la rabbia di mille. Lo guardammo consapevoli dell’abisso. Eravamo una generazione buttata via. Pensandoci ritornammo esausti al nostro stallo. Gli occhi si posarono su inconsapevoli parassiti. Valevano meno della metà e guadagnavano più del triplo. Godevano, finché la vacca aveva latte.
Viva i lavoratori (del mare)
Rompo il muro che mi separa da un amico perduto. Mi sforzo di cominciare la stagione del disgelo. La sua parola fluisce come un tempo, ma non mi segue con lo sguardo. Fugge dietro uno schermo. Costruisce scenari catastrofici. Lamenta l’assenza di un’alternativa. Ricordo come le sue profezie di sventura abbiano spinto la nostra divisione. Eppure, riconosco la lucidità dei suoi ragionamenti. Sembra vedere le cose con ardita prospettiva. E manifesta il timore che nessuno confessa: guerra. La vive come un irrisolto destino. La accarezza nel dubbio novecentesco del Nazismo. Condivido le sue paure, ma non più fino in fondo.
Occhi piccoli si sollevano sopra le lenti. Mi parlano dal seggiolino di un autobus. Io scendo terrorizzato, cerco il diavolo fra le piante. Lui un calcio nel culo non me lo da, dice solo che posso rovinarmi colle mie mani. Sarà per questo che quando cammino mi guardo la schiena. Temo cadere all’indietro. Ogni istante passato senza pedalare accumula collera. Fuori non la manifesto, preferisco che si sfoghi dentro e lo stomaco me lo distrugga. Nell’esofago a volte ci nascondo le chiavi inglesi. Sono il mio segreto per sopravvivere. Quando tutto sembra crollare, io ricomincio ad avvitare ossessivamente i bulloni.
Guardavo fiamme rosate carezzare un moloch di vetro e cemento. L’orizzonte esplodeva di reti raccolte, mi gridava la paura del buio dagli occhi di una vecchia rinsecchita. Ogni passeggero fungeva da arcigno sobillatore. Un carabiniere s’interrogava il cappello. Nel frattempo, io mi rifugiai esausto tra le gambe di una madre stanca. Un pasto consumato in un gioco silente. La lenta processione del dittatore sullo schermo. Una pelle tracimante e consumata. Il mio stesso sonno, incapace di contenere la volontà. E tutti i giorni perduti, lasciati all’infanzia. Le lacrime ingiuste della delusione, la passione sconvolta dalla certezza. Che nulla fosse cambiato.
Solcano l’indifferenza per sopravvivere. Quando arrivano conoscono una parola sola, ma in capo a due anni parlano meglio di te. Ti guardano con occhi immobili. Saltano da un lavoretto all’altro, con somma dignità. Strisciano silenziosi lungo l’asfalto di un semaforo. Camminano radiosi in una libertà a te sconosciuta. Una giovane coppia davanti, una vecchia poco più dietro. Il futuro gli appartiene: per la fatica che compiono, per il desiderio che hanno. Perché si sono lasciati alle spalle un’infanzia di torture. Chiedi della Romania, ti rispondono dell’Italia. E fanno bene. Sono gli unici, che se la meritano.
I nuovi eserciti hanno la pelle coperta. Non sembrano soldati, paiono piuttosto beccamorti. Sculettano eguali nascondendo la gobba. Affogano in una cravatta nera ogni istinto di libertà. Camuffano vaghi accenti meridionali in un nordico corrotto. Si sono inventati una loro lingua, un italiano sgrammaticato e farcito di anglismi. Non marciano più, siedono allo stesso banco per mesi. Poi scompaiono senza preavviso, inghiottiti da un nuovo obbligo. Cosa li spinge a sacrificare se stessi? Perché non fuggono nelle campagne? Sognano di arricchire, come tutti. Ma non ci riescono: si ammalano, invecchiano presto. E chiudono gli occhi nel grembo di una escort.





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