Non s’incontrano più. Una carrozzina araba s’incunea nell’autobus. Il vecchio ragioniere ha la ventiquattrore che gli punta sulle ginocchia. I marmocchietti aspettano seduti sulle ringhiere, tra una fetta di carne e le luminarie scadute. La porta girevole non funziona, un naso invecchiato ci è rimasto pizzicato dentro. Legge un libro dalla copertina rossa. Gode e non alza la testa. Io mi gratto fin sotto il braccio, e guardo i passeggeri. Si scontrano senza capirsi. Un filmato grida esausto in un album fotografico. E il sonno non viene, gorgoglia sotto una bottiglia pronta a cadere nel motore. Ho caldo alle orecchie.
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La pasta coi fagioli sale e scende dallo stomaco. Non avrei dovuto condirla con quel vecchio whisky scozzese. Là fuori faceva troppo freddo. Nel supermercato non c’era rimasto che un cassiere addormentato. Le vecchie si erano rintanate in casa e l’autobus apriva le porte deserto. Insomma, ci sono momenti in cui non puoi decidere se restare sul divano o correre in bagno. Vegeti provando a ricordare cosa un tempo ti muovesse di getto, fuori di casa. E’ la febbre che manca, quella che mette il pepe al culo. E ti spinge a vivere. Tolta quella, non resta che il televisore.
La notte uccide tra palazzi spogli. Una luce arancione brilla da una finestra del quarto piano. Una vecchia fascista ulula nel vuoto. Dice che ormai comandano i neri: secondo lei, gli Italiani scappano in Brasile perché qui non contano più. La violenza si arrampica a parole. Io vorrei fermarla, alzarmi in piedi e zittirla. Il fatto è che non ci riesco. Lascio che le ruote dell’autobus scivolino fin sotto il mio portone. Salgo le scale e apro la porta a fatica. Credevo che qualcosa cambiasse, speravo che la memoria prima o poi vincesse: così non è. Sono di nuovo solo.
Un culo mi guarda mentre salgo le scale, si appoggia su alti tacchi di sughero. Riappaio nel buio, sotto un cartello anarchico. I fumi dei kebab si illuminano di neon, dei ricchi si fanno beffa. Le bottiglie cadono senza rompersi. Un vecchio eroinomane parla con sua figlia: discorre del più e del meno fra un piercing e i capelli grigi. Una nera incinta mi chiede la strada: io le mostro le luci del quartiere. Ormai ci dormono soltanto i vecchi. La stanchezza è una lenta morte. E resto sveglio, davanti allo schermo. Io non le amo. Le cene in piedi.
Guardavo fiamme rosate carezzare un moloch di vetro e cemento. L’orizzonte esplodeva di reti raccolte, mi gridava la paura del buio dagli occhi di una vecchia rinsecchita. Ogni passeggero fungeva da arcigno sobillatore. Un carabiniere s’interrogava il cappello. Nel frattempo, io mi rifugiai esausto tra le gambe di una madre stanca. Un pasto consumato in un gioco silente. La lenta processione del dittatore sullo schermo. Una pelle tracimante e consumata. Il mio stesso sonno, incapace di contenere la volontà. E tutti i giorni perduti, lasciati all’infanzia. Le lacrime ingiuste della delusione, la passione sconvolta dalla certezza. Che nulla fosse cambiato.
L’uomo medio guarda i culi al supermercato. Posa le buste nel baule e litiga al semaforo. A casa si toglie la cravatta, dorme sul divano. Non fa sport e non viaggia, gli basta la televisione. La domenica se non prende messa si sente in colpa: dice di amare sua moglie, ma di notte cerca le nigeriane. Sua moglie non ama il sesso, e di amare lui ha smesso subito. In chiesa ci va, ma il prete non lo ascolta. Prima di traslocare in un villaggio turistico consuma la cellulite. Non dorme e compra scarpe. E al supermercato litiga. Con l’uomo medio.
Si solleva nel precario equilibrio di un vecchio tram. E’ un gorgheggio iracondo. Tortura echi inglesi colmi di soppesate cadenze. Risveglia i timidi sonnecchi di vecchie assetate. Narra con la lentezza di uno xilofono sbrecciato le mistiche inconsistenze del giorno prima. Canto nigeriano al telefono. Mi avvita pensoso fra le fiamme di un sole opaco. Si insinua fra gli sterpi arrotati di corrotto metallo che colorano fresche rovine. E’ ricco di fatuo aceto il destino dei molti. Ignorare ciò che altrove li interesserebbe. Mi divincolo dalla ressa animale. Inseguo fra i rovi di un vecchio mulino le appassite miserie altrui.




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