Il monarca telefonò alla televisione. Era come se chiamasse se stesso. Dal solaio urlava verso la cantina. Sorprendeva i servitori mentre frugavano fra i suoi averi. Non accettava repliche. Attaccò la cornetta colmo di apparente sdegno. Aveva negato l’evidenza. Poi si era fatto paladino della legalità. Non sopportava che qualcuno gli ricordasse ciò che faceva. Invocò il sacrosanto diritto di violare le norme. Il sindacalista lo difese. Non poteva essere altrimenti. Ormai trovava legittimazione alla sua corte, non fra i lavoratori che avrebbe dovuto rappresentare. Il presentatore ricordava le dittature. I giornalisti sorridevano. Gli schiavi correvano. E io mi incazzavo.
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Restaurazione. Il Governo che giurerà oggi sulla Costituzione della Repubblica non sarà un agente di cambiamento. E’ chiamato a normalizzare il Paese, fin dalla sua composizione. Garantirà a Silvio Berlusconi una sostanziale immunità, a fronte dei processi nei quali è imputato. Imporrà le politiche di austerità definite in sede europea. Mitigherà la dinamica salariale e gestirà le crisi industriali che verranno. Di fatto, rappresenta l’ultima ridotta di un sistema politico in pieno disfacimento. Come nel biennio 1992-1994, l’aspirazione al cambiamento di un intero popolo sta per essere sedata dal sistema di interessi e poteri già costituito. Ci aspettano mesi difficili.
Un giorno il delfino si ribellò al tiranno. Lo fece con coraggio. Gridò pubblicamente il suo sdegno. La sua voce si incrinò, ma non si ruppe. Chiamò a raccolta la sua compagna picciola. Ma lasciò intendere che molti tramassero alle spalle del borioso monarca. Aprì una guerra lenta e logorante. Sfidò il nemico guardandolo negli occhi. Il dittatore comico si destò dal silenzio dello specchio. Costretto al contraddittorio dopo anni di autocelebrazione, si fece inflessibile. Gridò fra gli applausi. Puntò il dito contro il presunto traditore. La mano tremava. Poi si mosse a comprare le anime. E molte, ciniche, risposero.
Alzo lo sguardo. Nell’ultimo ventennio la borghesia italiana si è ripiegata su stessa, ha impedito al Paese di crescere sfruttando antiche rendite di posizione. Percorrendo questo scopo, di fatto, è riuscita a delegittimare sia il sistema politico sia il sistema economico. Impedendo la ridistribuzione della ricchezza ai più giovani e ai più poveri, ha finito per farsi travolgere da un’orda ignorante che fa di tutta l’erba un fascio. Quando questa avrà preso il potere tutto per sé, scopriremo che nel frattempo il Gattopardo l’avrà piegata ai suoi interessi, e permeata a tal punto da far sì che non cambi nulla.
Mario Monti ha mostrato di avere senso delle istituzioni. La sua rinuncia a partecipare direttamente alle elezioni politiche del 2013 tutela la Costituzione e lascia aperto il gioco democratico. Non sfugge, tuttavia, che attraverso la sua identificazione in uomo della Provvidenza la destra italiana stia cercando una metamorfosi liberatrice. Se il vecchio Berlusconi che si adira in televisione ne è l’incarnazione negativa e deteriore, la scombinata armata brancaleone che lo avrebbe voluto in campo ne dimostra l’immaturità: i futuristi di Fini, i cattolici di Casini, i liberisti di Montezemolo. E, dulcis in fundo, i berlusconiani pentiti di Pisanu. Forza Italia?
->Mario Monicelli, L’armata Brancaleone (1966)<-
Le primarie del Centrosinistra hanno accelerato la fine della legislatura. Silvio Berlusconi non può restare a guardare, è pronto a versare fiele per riconquistare un seggio parlamentare che lo metterà al sicuro dalla giustizia. L’accelerazione mette in difficoltà Luca Cordero di Montezemolo, che a forza di tirare Mario Monti per la giacchetta ha finito per concorrere alla fine anticipata del suo governo. Torna la politica. Se Monti si presterà al gioco, il Centrodestra si ricompatterà sotto le sue ali scaricando il vecchio caudillo. Se Monti punterà al Quirinale, invece, il Partito Democratico avrà probabilmente la strada spianata verso la vittoria.
->Propaganda Fininvest per Berlusconi (1994)<-
Il tumore ora va estirpato. E’ da quarant’anni che si addentra nelle nostre viscere. Fu invisibile, o quasi: costruiva case, giocava colle antenne. Poi diventò un tycoon col pallone di cuoio. Si sostituì al suo padrino politico, non smettendo mai di flirtare con quelli della mafia. S’impadronì dell’Italia e la calpestò per vent’anni. Oggi è pronto a sfasciare tutto, usando quella televisione che non abbiamo saputo togliergli. Si approvi la legge di stabilità, poi si voti subito. Prima che i topi della sua nave possano rifarsi il trucco. E’ tempo di cacciarlo, e chiudere la porta. Viva, per sentirsi sconfitto.
->Enzo Biagi intervista Silvio Berlusconi (1986)<-





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