Posts Tagged ‘Via Nizza’

Colle armi e cogli scudi

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Beppe non capiva. Provò a spiegarmelo, ma io ancora non li vedevo. Mi voltai, li sentii camminare nel padiglione. Colle armi e gli scudi. Rimasi stordito, incredulo: poi li seguii all’aperto. C’era tumulto, un fumo disperso e soffocante. Salii in alto, sul ponte levatoio. Era folla e ressa, gli armigeri abbracciati in una bocca di cemento. Serrati e soli, gli inermi non erano più di cinquanta. Uno era rimasto a terra. Aveva esposto un manifesto di dissenso, lo avevano ripagato con un colpo alla testa. La rabbia del manganello. Chiesi a Dio di liberarci, ma lui non sapeva da che.


Un padre gridava

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Occhi verdi tagliavano il bordo del tavolo, si nascondevano in una tazza di tè. Un padre gridava. Accumulava ira sulla schiena di un figlio. I fiori del vestito di Alba consumavano feriti un soffio di lana. Le mie indecisioni salivano dal basso, si esaurivano irrequiete in un boccale di birra. I neri si accalcavano sulle ringhiere di una libreria. Le voci scorrevano sotto i portici senza più raccapezzarsi. Il distacco si celebrò nella vecchia stazione. Fu lì che lasciammo alle spalle ciò che eravamo. Il viaggio ripartì dopo un giorno. Un convoglio si perse verso Est, senza tornare a casa.

#Torino - Lacrime felliniane al Museo del Risorgimento / @TorinoStoryTell

->Lacrime felliniane<-


Il rito si è consumato

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Le portiere collimano nel caos. Sono suoni di clacson paralizzati. I due animali si guardano feroci. Nessuno dei due scende, ma bloccano il traffico. Un cratere si è aperto alle loro spalle. L’uno fugge iracondo, l’altro aspetta, poi violenta il cambio. Il rito si è consumato. C’è chi ha vinto, c’è chi ha perso. La vita riprende, scomposta e informe. Sollevo lo sguardo e lo chiudo in un volto nero. Ha il sapore violento di un respiro rubato. Si disfa di irrequietezza fra pagine tagliate. Il fumo sgorga grigio e feroce da un tetto. Ecco le sirene, sono urla incomprese.


Un decrepito parquet

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Antichi padri mi osservano dai tetti marci dei palazzi liberty. Camminano come giganti sugli incroci lavati dalla pioggia. Rovino fra le secche di un immobile cantiere. Mi arrampico su una torre diroccata degli anni ’50. Sono piastrelle di un verde slavato. Alti soffitti. Un decrepito parquet. Il caffè napoletano, la faccia di un amico, le voci sovrapposte di una dolce colonia meridionale. Nora irrompe violenta in una conversazione irrisolta. Accusa la Chiesa e i falsi precetti di un sacerdote. Ha riconquistato una libertà che nessuno le avrebbe concesso. E’ giovane, libera, violentemente immemore. Nasconde fra i capelli il segreto di Margherita.


La libertà di pensare al dopo

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Il primo atto del gioco si è concluso. Aveva il rumore di una lavatrice interrotta. Era fatto del nome di città lontane. Un pensionato, due giovani. Una lista colata in un calcolatore disseminato lungo la rosa dei venti. Lo spento certame era muto. Un saggio dialogo con se stessi. Le aspirazioni e i distratti rimpianti. Poi una voce abruzzese. Il lento ritorno. La luce su un balcone. Il cibo riconquistato. L’attesa conclusa. La libertà di pensare al dopo. La consapevolezza di essere ormai troppo vecchio per non saper dominare la paura. Il piacere di restare nel dubbio. Un lento dormire.


Impossibile uscir di gabbia

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I centri commerciali sono tombe. Vi entriamo il mattino presto, nascondendoci dalla pioggia. Avvolgono in una irreale atmosfera di costante evasione. Appoggiano una artificiosa colonna sonora alla vita. Sfavillano di cosce e culi. Ci osservano sotto pelli abbronzate. Offuscano l’ignoranza di giovani sfuggiti ai nudi banchi di scuola. Regalano l’illusione di non essere esclusi. Conservano copie di libri ridotti a semplici oggetti. Accarezzano anonimi uffici. Contengono frustrazioni accumulate di giorno in giorno. Impongono al volgo la religione della merce. Assegnano a ciascuno un ruolo. Sono teatro di liti e fughe d’amore. Soffocano tutti in un esperimento. Impossibile uscir di gabbia.


Un abisso separa i loro volti

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Spio uno sguardo che scorre lungo un vetro. Respiro un falso conato di primavera. E’ un lento trapassare. Violenta reminiscenza. Cola calce dai muri della stazione. Aggiro il nudo dormitorio. Le strade brulicano dei colori del Maghreb. Siedo sconosciuto perspirando l’odore del rum. Amburgo, Vilnius. Sono barbe bionde. Occhi spessi e fondi che mi raccontano il Novecento. Un abisso separa i loro volti. Vestono orgogliosi i colori dei telefilm. Cadono dagli schermi di un cinema. Non hanno coetanei nella mia terra. Gli italiani sono morti. Ingoio vino, succhio opache immagini di avanguardie. E mi chiedo a chi davvero appartenga Europa.

Let there be light II

->Iguana Jo – Let there be light II<-